Dopo mesi di mobilitazione e oltre 1,2 milioni di firme raccolte nell’Unione europea, l’iniziativa dei cittadini europei “My Voice, My Choice” ha incassato la risposta della Commissione Ue che, pur senza creare nuovi strumenti finanziari e quindi non dando seguito legislativo alla mobilitazione, ha aperto per la prima volta alla possibilità di attingere al bilancio comunitario per sostenere l’accesso all’aborto sicuro.
Palazzo Berlaymont ha chiarito che un fondo ad hoc, come chiesto dai promotori, non è necessario: gli Stati membri, in maniera volontaria, possono già utilizzare le risorse del Fondo sociale europeo plus (Fse+) per coprire i costi delle prestazioni sanitarie o le spese che devono spostarsi o che non possono permettersi l’intervento. Una decisione motivata da ragioni di salute pubblica: secondo l’Oms, ogni anno in Europa si contano circa 483.000 aborti non sicuri. Per la Commissione, si tratta di una questione prioritaria che espone migliaia di donne a gravi danni fisici e stress mentale e, nei casi peggiori, al rischio della vita.
L’appello per un’azione concreta era arrivato anche dai premier di Spagna, Slovenia, Svezia, Danimarca ed Estonia, che in una lettera a Ursula von der Leyen hanno definito l’iniziativa “un passo vitale per garantire l’uguaglianza per le donne in tutta l’Ue”. Poiché la sanità è una competenza dei governi, il fronte della battaglia si sposta ora nelle capitali. Spetterà ai singoli governi decidere se modificare i propri programmi Fse+ per includere queste azioni tra le priorità.
Nika Kovac, coordinatrice di ‘My Voice, My Choice’, ha salutato la decisione come una svolta storica: “Non si tratta – ha detto – di un gesto simbolico. È un impegno politico a favore dei diritti delle donne”. Sulla stessa linea l’associazione Luca Coscioni, che ha guidato la raccolta firme in Italia. “La decisione è importante sul piano pratico e ideale”, hanno dichiarato Marco Cappato e Alice Spaccini, auspicando che “l’Italia decida di utilizzare questi fondi”.
Di parere opposto l’associazione Pro Vita & Famiglia, che con la portavoce Maria Rachele Ruiu ha contestato l’apertura al Fse+: “Chiediamo al governo italiano di non usare queste risorse per l’aborto, ma per permettere alle donne di accogliere una nuova vita”.
Al Parlamento europeo, che ha sostenuto l’iniziativa con una risoluzione adottata lo scorso dicembre, l’eurodeputato di FdI, Paolo Inselvini, ha interpretato la mossa come una bocciatura dell’iniziativa: “L’aborto non è una priorità in Europa e non è competenza Ue. Non si possono istituire nuovi fondi come chiedeva ‘My Voice, My Choice'”.
Inselvini ha liquidato i riferimenti al Fse+ come uno “strumento retorico per accontentare la sinistra”, chiedendo di concentrarsi invece su natalità e famiglia. Plauso invece dal fronte progressista che ha accolto la mossa come un argine alle spinte conservatrici. Per l’eurodeputata Alice Bah Kuhnke (Verdi), si tratta di un “passo importante nella giusta direzione”, mentre i Socialisti hanno promesso di continuare a lottare per un “meccanismo permanente” che garantisca l’accesso a servizi sicuri e legali a tutte le donne in Europa.
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