Ci sarebbe stato bene un bacio davanti a tutti, ma in mezzo ci si è messa la paura di contagiarsi col raffreddore. O almeno, così hanno detto. Però c’è stato un abbraccio, anche abbastanza caloroso. Dopo giorni di botta e risposta a distanza, la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del M5s Giuseppe Conte si sono ritrovati sul palco della festa de Il Manifesto, a Roma. Insieme a loro, i leader di Avs, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, e quello di Più Europa Riccardo Magi. Fotografi schierati all’arrivo, scatto di gruppo.
Seconda edizione de La Manifestival
Ma stavolta il campo largo è andato oltre la posa. Anche se sull’Ucraina ognuno ha ribadito la propria posizione, con Schlein e Magi a favore dell’invio di armi e tutti gli altri no. Anzi, Conte ha invitato a “cercare di capire quali sono gli interessi in gioco, anche della controparte” e ha ricordato che in Ucraina “c’erano dei territori che erano caratterizzati da russofoni, ma anche da popolazioni territoriali russofile”. Insomma, la corda continua a rimanere tesa. Però la segretaria del Pd è sicura che una sintesi sia a portata di mano: “Saremo in condizione di trovare un accordo, pur nella differenza delle nostre posizioni – ha detto – Stiamo chiusi anche una notte intera, l’importante è uscire uniti”. Notte intera sia. Ma quando? “Noi lavoriamo perché il programma comune ci sia entro la fine dell’anno, visto che è prioritario”, ha assicurato Schlein. E allora Conte di più: “E’ urgente mettersi attorno a un tavolo e definire. Facendo un confronto serio in un paio di settimane si chiude il programma”.
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La tabella di marcia ora c’è. Due settimane di lavoro, una notte a discutere di Kiev, e poi primarie. Perché a quelle porta la difficile sintesi delle posizioni di tutti. Che sono più o meno queste: Bonelli e Fratoianni non le vogliono. Magi ne farebbe volentieri a meno. Schlein ha ricordato che il Pd ha sempre “anteposto l’idea di fare un accordo: chi prende un voto in più” esprime la leadership. Ma Conte ha detto che così non va bene: “Non si può fare una scelta aprioristica”. E allora la conclusione è che “si faranno le primarie – ha concluso Conte – ma in modo non divisivo, con l’impegno di tutti a lavorare insieme”. D’altronde Schlein non si è mai tirata indietro: “Se è uno strumento utile io sono disponibile anche alla strada delle primarie”. Certo è che questa storia di come scegliere il leader qualche ruggine l’ha lasciata. Conte è tornato a ricordare di aver proposto a Schlein di fare tutti e due un passo indietro e di scegliere una terza figura che unisse la coalizione: ma “questo non è possibile”, ha concluso.
E Schlein allora l’ha presa molto alla larga, però ha fatto capire che questa storia del terzo nome potrebbe anche portarsi dietro risvolti che a lei non piacciono proprio. “C’è un pezzo di establishment che non vuole un’alleanza progressista al governo del paese – ha raccontato – Hanno provato a scalarmi dal giorno in cui sono stata eletta segretaria”. E qua il messaggio sembrava fosse diretto anche dentro il suo partito. Poi l’avvertimento: “Non siamo arrivati fino qui per farci raccontare dai soliti che si vince al centro e forse sarebbe meglio un qualche leader qua non presente più rassicurante per certi interessi o disponibile alle larghe intese. Io dico: mai più larghe intese. In questi vent’anni ci hanno fatto perdere sempre così, quindi è ora di cambiare”. Ci teneva a dirlo. Anzi a ribadirlo. Perché in mattinata, alla festa de Il Foglio, a Firenze, aveva fatto un discorso simile: “Da quando sono qua io come segretaria del Pd hanno sempre provato a commissariarmi, a federarmi o farmi fuori eppure siamo ancora qui”. Però ha incassato anche una frase di Conte che sembrava la promessa di abbassare la guardia: “Io ho fatto il presidente del consiglio due volte, la terza volta non mi aggiunge nulla”. Fine del dialogo a cinque. Nuove foto di gruppo.
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