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Gli aiuti a Kiev agitano la maggioranza. La Lega: ‘Leali ma serve chiarezza’

Redazione Notizie Italia di Redazione Notizie Italia
16/11/2025

La Lega è sempre stata “leale” e ha sempre votato allineata su Kiev. Ma davanti ai fatti nuovi e “di assoluta gravità”- come i due ministri cacciati dal governo ucraino per corruzione – serve fare “chiarezza” e pure “con tempestività”. Mentre nella maggioranza ci si interroga sul nuovo affondo di Matteo Salvini sull’Ucraina, dal suo partito si frena chi agita già lo spettro di un voto contrario al sostegno a Volodymyr Zelensky e al suo popolo quando si dovesse presentare la prossima occasione. Che si riproporrà, calendario alla mano, nel giro di poche settimane visto che a fine anno scade, e andrà con ogni probabilità rinnovato, il decreto che autorizza l’invio di aiuti (e armi) al Paese che si appresta ad affrontare il quarto inverno di guerra.
A Palazzo Chigi osservano quelle che vengono derubricate come schermaglie tra alleati, alimentate anche dal clima di campagna elettorale in vista dell’ultima tornata di regionali: certo lo scandalo corruzione non ci voleva, si ragiona tra i collaboratori di Giorgia Meloni, ma questo non incide sulla postura italiana che rimane saldamente a fianco di Kiev.
Certo lo scandalo “preoccupa” – una valutazione che la premier avrebbe espresso in uno scambio veloce anche con i suoi vicepremier, nel retropalco a Napoli – ma non è nemmeno una particolare “novità”, sottolineano nell’entourage della premier, ricordando che già altri ministri ucraini in passato sono stati allontanati, che c’è stata pure la retromarcia estiva sulla legge giudicata (da Bruxelles e dalle piazze ucraine) come un attacco all’indipendenza delle agenzie anticorruzione. E che si tratta, come ha ricordato anche Antonio Tajani, di uno dei dossier più delicati nel percorso di adesione all’Unione.


Per approfondire Agenzia ANSA Putin cerca di sfiancare Kiev, attacchi alle ferrovie – Notizie – Ansa.it L’anticorruzione punta l’ex vicepremier. Zelensky: ‘Ora riforme’ (ANSA)


Ma per Roma, con la guerra di aggressione russa ancora in corso, nulla cambia. Un concetto che sarà ribadito anche lunedì al Quirinale quando si riunirà il Consiglio supremo di difesa sotto la presidenza di Sergio Mattarella. Certamente si parlerà di Ucraina e il governo dovrebbe riferire sulle scelte da compiere nei prossimi mesi. Come di consueto saranno analizzate le principali minacce che pesano sullo scenario internazionale, non solo quelle prettamente militari ma anche quelle informatiche e le contromosse da intraprendere.
Intanto si sta lavorando al dodicesimo pacchetto di armi che sarebbe sì “in dirittura di arrivo”, come ha detto il vicepremier azzurro, ma non ancora pronto per il passaggio al Copasir. Ancora, hanno precisato dal comitato, non sono arrivate informazioni, né la consueta richiesta di audizione (da parte del ministero della Difesa e non da quello degli Esteri) sul nuovo pacchetto di aiuti militari da spedire in Ucraina.
Questione di giorni, solo un cortocircuito comunicativo, che però non sfugge al più apertamente scettico dei leghisti, Claudio Borghi. “Tajani non è titolato per informare il Copasir, sarebbe opportuno che usasse prudenza”, scrive in un lungo post in cui ribadisce, allegando la sua dichiarazione in Aula al Senato del gennaio di quest’anno, che non voterà un altro decreto-cornice per continuare a rifornire l’esercito ucraino.
Una posizione personale, che non è quella del partito, che al momento chiede solo, e in fretta, che si chiarisca la situazione di Kiev, con la preoccupazione, esplicitata da Salvini, che lo scandalo “vicino a Zelensky” possa allargarsi. Inviare aiuti “per difendere civili e aiutare bambini e sapere” che “parte di questi aiuti finisce in ville all’estero, in conti in Svizzera e in gabinetti d’oro, è preoccupante e sconcertate”, insiste il leader leghista. Ma un conto è esprimere un dubbio ad alta voce e nel contempo segnare una posizione, una distanza, ragionano gli altri partiti della maggioranza. Ben altro, assai più grave sarebbe distinguersi al momento del voto. Nessuno tra gli alleati crede però che davvero la Lega possa spingersi tanto in là, perché significherebbe innescare una crisi di governo. 

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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