Il giorno dopo lo scossone delle dimissioni di Guido Scorza dal Collegio del Garante Privacy, indagato in concorso per peculato e corruzione dalla procura di Roma, nel fortino di Palazzo Venezia il presidente Pasquale Stanzione, la vicepresidente Ginevra Cerrina Feroni e l’altro componente, Agostino Ghiglia, resistono, “nella convinzione di aver sempre agito in piena trasparenza e correttezza”. Lo fanno sapere attraverso i loro legali, poco prima della messa in onda della nuova puntata di Report che, dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora con una serie di servizi, torna ad accendere un faro sulla vicenda, in particolare sulle ‘spese pazze’ dei membri dell’Autorità, finite nel mirino della magistratura insieme con l’opacità di alcune sanzioni e presunti conflitti di interesse, dossier che potrebbe finire anche sul tavolo della Corte dei Conti.
La novità è una bozza di regolamento sui rimborsi spese, “che esisteva già nel 2021, quando l’allora segretario generale Fabio Mattei lo aveva condiviso con tutti i membri del collegio”, spiega l’autrice dell’inchiesta Chiara De Luca. Un documento, inedito, che fissava “dei tetti di spesa: non più di 190 euro a notte per dormire, e quindi alberghi non superiori a 4 stelle e un massimo di 100 euro al giorno per i pasti”. Ma non è stato mai approvato, nonostante un sollecito anche nel 2023, “e questo ha consentito per esempio a Ginevra Cerrina Feroni di pernottare al 5 stelle Splendid Royal alla modica cifra di 600 euro a notte. E ad Agostino Ghiglia di spendere 462 euro per una cena al Parco dei Principi”, fa notare la giornalista. Report mostra anche il testo di un sms inviato da Scorza ai colleghi in cui ammette di aver usato l’auto di servizio, di competenza del presidente, dopo averlo negato: “Mi hanno teso un agguato all’ingresso di un convegno. Essendo in ritardo ho detto che non potevo, mi hanno seguito chiedendomi come mai fossi arrivato con la macchina di servizio, che sapevano essere in uso esclusivo al presidente”.
I tre componenti non lasciano, anzi sottolineano che “le ipotesi investigative, allo stato del tutto ‘embrionali’, seguono inchieste promosse da giornalisti in evidente conflitto con l’operato del Garante” e dovranno “essere oggetto di particolare verifica” da parte “della magistratura, nel cui operato esprimono “piena fiducia”. Una scelta condivisa dai loro legali, Giuseppe Della Monica, Vittorio Manes, Gianluca Tognozzi e Alberto De Sanctis, “fermi nel ritenere inaccettabile che i delicati equilibri di una Autorità indipendente di primario rilievo costituzionale siano oggetto di un processo impropriamente celebrato sui media – con intollerabile violenza, totale mancanza di rispetto per la presunzione di innocenza e per la stessa dignità delle persone – e non nelle sedi giudiziarie competenti”.
Intanto le opposizioni tornano in pressing per l’azzeramento totale del Collegio. Tecnicamente – in base al Regolamento sull’organizzazione e funzionamento dell’Ufficio del Garante – possono deliberare anche soltanto tre componenti e le decisioni restano valide. È presumibile comunque che domani il presidente Stanzione, comunichi ufficialmente (se non l’ha già fatto) le dimissioni di Scorza alla Camera, in modo che possa essere scelto un nuovo componente, che spetta all’opposizione indicare: nel 2020 Scorza era stato eletto a Montecitorio, in quota M5s.Ma la questione è di fatto politica, anche perché la legge non prevede meccanismi di revoca.”Ci auguriamo che gli altri componenti seguano l’esempio di Scorza”, dice alla Stampa la senatrice pentastellata Barbara Floridia, presidente della Vigilanza Rai. “Il punto politico è evidente: la credibilità dell’Autorità è compromessa nel suo complesso” avverte Sandro Ruotolo, responsabile Informazione della segreteria nazionale del Pd, auspicando una riforma delle autorità di garanzia che contempli un meccanismo di revoca: “Dimissioni, rielezione e nuove regole di garanzia: è una questione che deve entrare immediatamente nell’agenda del Parlamento”, dice. Mentre Angelo Bonelli (Avs) annuncia “un emendamento al Milleproroghe per cambiare le norme sulla nomina dell’Autorità e per la decadenza dell’attuale Consiglio”.La maggioranza finora si è chiamata fuori dal coro di richieste di dimissioni, disconoscendo la paternità del Collegio, eletto sotto il secondo governo Conte. “Mi rimetto alla magistratura, della quale mi fido”, aveva sintetizzato ieri la premier Meloni.
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