“Mio figlio non si è lanciato da
solo, lo hanno lasciato saltare davanti ai miei occhi e poi lo
hanno calpestato mentre moriva”. A dirlo Nabila, madre di
Mohamed Amin Bessioud, il 25enne deceduto nei giorni scorsi a
Cosenza dopo essere precipitato dal terzo piano della sua
abitazione durante un controllo dei carabinieri. La donna,
ricostruendo i momenti della tragedia, ha parlato di
intimidazioni e un tentativo di prelevamento forzato ai suoi
danni per un ricovero psichiatrico, al fine di screditarla in
quanto unica testimone oculare dei fatti.
La madre del giovane ha parlato davanti al palazzo in cui
abita e sotto il quale si sono radunate circa 300 persone per
una manifestazione di solidarietà promossa dai collettivi
cittadini per chiedere verità e giustizia sulla morte di
Mohamed. Al presidio è presente anche il vescovo di Cosenza,
monsignor Giovanni Checchinato, insieme ad diversi esponenti
della politica locale.
La donna — che ha ricordato il percorso universitario e
sportivo del figlio tra l’Italia e la Francia e i suoi passati
problemi giudiziari dai quali stava cercando di uscire — ha
detto di non riporre più fiducia nelle istituzioni e di chiedere
giustizia, denunciando un clima di pressione e presunti soprusi
subiti dalla famiglia all’interno delle mura domestiche.
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